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Sensei

sabato, 10 luglio 2010

Direi che, al quarto colpo, possiamo inaugurare quella dei “nuovi miti” – assolutamente personali – come una rubrica ufficiale di questo blog. Considerando che i precedenti sono una tribù delle isole Vanuatu, Gianfranco Fini e Leo Messi, possiamo dire che questa categoria è piuttosto eterogenea. D’altronde la mia simpatia non va mai a troppe persone che si somigliano tra loro: anche per questo a chiese, partiti e squadre di calcio non riesco ad essere fedele troppo a lungo. Un tempo avevo questo problemino anche con le donne, ma da un po’ sono diventato troppo vecchio per non apprezzare i vantaggi di una buona compagnìa costante nel tempo.

Tornando al tema, nell’immenso vuoto della mia zucca ignorante oggi s’è accesa una lucina. Ho scoperto un personaggio di cui ignoravo bellamente l’esistenza, che non può che ispirarmi la più profonda simpatia. Vivevo uguale, sì. Ma ora vivo meglio, e magari vedo di imparare qualcosa di utile. Non so quale sia la capacità del cervello, ma io comincio a faticare ad imparare cose nuove se non butto le vecchie. Ma non è un problema, sto già cancellando tutte le canzoni da pianobar imparate a 15 anni e mai più scordate: Baglioni e Concato, kaputt.

Il tizio in questione, comunque, è questo signore qui:

Si chiamava Miyamoto Musashi, e nacque in giappone nel 1584. Ah, il solito samurai del cazzo, direte voi. Non proprio. Intanto fu il più grande spadaccino della storia del Giappone. E parliamo di un posto dove la spada, specialmente all’epoca, era lo strumento più usato per fare conversazione. Due si incontravano per strada, scusi che ore sono? E l’altro lo faceva a fette perché non gli era piaciuta la domanda.

Ecco in questo scenario il nostro amico, dopo essere sopravvissuto a 16 anni ad una battaglia che fu una specie di massacro, si mise a girovagare facendo lo spadaccino di professione. Un po’ come i pistoleri del Far West, questi personaggi si sfidavano in continui duelli, in cui uno solo dei due restava in piedi: eliminazione diretta e senza partita di ritorno. Miyamoto ne combatté – ed evidentemente ne vinse – sessanta di fila: un record rimasto imbattuto. Se pensiamo che Billy the Kid, con tanto di pistola, combatté solo 21 duelli (ma più probabilmente 4), ci rendiamo conto che Miyamoto avesse decisamente una marcia in più.

Ed in effetti Musashi la marcia in più ce l’aveva, eccome. Rispetto agli altri spadaccini, precisi, eleganti, molto rigidi e legati alle tradizioni, formali ed ingessati, con poca inventiva, tanto esercizio e poca fantasia, lui era esattamente l’opposto. Sudicio, stracciato, improbabile, Musashi puntava tutto sul cervello, sull’astuzia, sulla strategia. Mentre i suoi opponenti si concentravano solo su quello che avveniva dentro il duello, lui lavorava anche – e soprattutto – in tutto quello che c’era prima e intorno.

L’esempio più brillante del suo stile lo tirò fuori nella sua impresa più difficile: il duello con Kojirō Sasaki, che era all’epoca non solo lo spadaccino più forte e riconosciuto, ma anche l’esempio più fulgido dell’arte del combattimento. Kojirō si era fatto costruire una spada che era una spanna più lunga del normale, e la sapeva usare da dio. Tutti lo adoravano come un idolo, perché era sempre impeccabile, perfetto, con uno stile tradizionale che lo rendeva anche un esempio per i più giovani che volevano seguire le sue orme.

Diciamo però che se Kojirō era Backenbauer, purtroppo per lui Musashi era Maradona.

Al duello, Musashi pensò bene di arrivare con 2-3 ore di ritardo. Al suo arrivo, Kojirō Sasaki si era già mangiato il fegato. Non solo: pensando bene che con la sua spada più corta non ci sarebbe stato verso, Musashi si fece una specie di spadone di legno con un remo della barca. Arrivato sul posto, scese con calma e si presentò con quest’arma improbabile, cencioso e puzzolente. A Sasaki andò la bile di traverso. Pensando quindi di avere vita facile, e furiosamente incazzato per quella che riteneva una intollerabile presa in giro, Sasaki si lanciò all’attacco, dimenticando la prudenza e la concentrazione.

Musashi non fece altro che evitare il primo colpo e assestargli una tremenda botta in testa con il remo modificato. Il resto è storia, leggende. In quel gesto c’è tutta l’intelligenza di chi mette il fine sopra ad ogni mezzo: dal gol di mano di Diego ai mondiali dell’86, alla strategia di Napoleone a Marengo, dal tennis di John McEnroe al poker di Phil Hellmuth Jr. Non importa se sei più piccolo, più debole, più brutto, più povero, non importa che armi hai o se sei da solo contro tutti: cervello, talento e determinazione ti possono portare a vincere sempre, specialmente se non sei così stupido da pensare che basti semplicemente essere più bravi in una cosa per essere il migliore.

Il suo insegnamento è che ogni gioco, ogni battaglia, ogni partita non è mai solo quel gioco, quella battaglia, quella partita: è parte di un gioco più grande in cui si combattono tutte le partite del mondo. E in genere non vince mai chi è un fenomeno in una cosa e un idiota in tutte le altre, ma chi riesce ad allargare il gioco al di fuori dei suoi schemi, e a spostare gli avversari su terreni dove non sono poi così sicuri, che nemmeno pensavano di dover affrontare, ma che sono lì, sempre, appena una spanna oltre le regole.

Ora, a uno così, come fai a non volergli bene?

5 commenti Lascia un →
  1. sabato, 10 luglio 2010 22:24

    “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto! ” ;)

  2. sabato, 10 luglio 2010 22:50

    Chi riesce ad avere la “visione d’insieme” ha mezza vittoria in tasca.
    Il casino è che quando credi di averla, questa benedetta “visione d’insieme” scopri che stai guardando solo una piccola parte di un altro insieme ancora più grande. E si ricomincia…

  3. storvandre permalink*
    sabato, 10 luglio 2010 22:52

    per quanto mi riguarda, la lezione che ho imparato è: se arriva uno con tre ore in ritardo e un remo in mano, meglio non fargli pesare troppo la cosa…

  4. ilpandadevemorire permalink
    lunedì, 12 luglio 2010 10:45

    Gran bel nuovo mito, Miyamoto Musashi.
    C’è solo un problema: se attacchi il suo poster nella tua cameretta, tutte le volte ti tocca spiegare la rava e la fava, mentre col poster di Marylin, pur risultando più omologato, non devi sprecare una parola.
    Il record della prevedibilità è tutt’oggi detenuto da un mio amico il quale, all’inizio degli anni 80, in camera sua aveva Marylin, la linguaccia degli Stones e New York di notte.
    Poi, quando si è sposato, ha rivestito una parete del salotto col maxi poster di una spiaggia caraibica.
    E ho detto tutto…
    Dottordivago

  5. lunedì, 12 luglio 2010 11:32

    Pare anche che i duelli non amasse farli se non obbligato. Un grande maestro a cui tutti andavano a rompere le balle per farsi insegnare colpi segreti, mandava sempre come risposta alle richieste una peonia recisa. Solo lui capì che da come era stato reciso lo stelo si poteva apprendere la perfezione del maneggio della spada. A sua volta restituì un altro fiore reciso. Il maestro valutatane la grande abilità lo invitò per il thé! Altro che calci nello stomaco per fregarti il pallone!

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