
Stasera sono una specie di vulcano a salve.
Capitemi, devo compensare il grigiore di un giorno al cui confronto un mercoledì pomeriggio a Voghera sembra il Carnevale di Rio, per cui mi concedo un extra nel mio consueto turbillon di minchiate.
Cose del tipo:
Quando morirò, seppellitemi a pancia in giù e dite al mondo di baciarmi il culo
frase di un noto rapper americano, a cui un ignoto genio affigge la glossa
magari, invece, ci parcheggio la bici
Cose così, futilità, vanitas vanitatum, sic transit gloria mundi, e via discorrendo.
Mi torna anche in mente un elogio del bikini, che avevo letto da qualche parte. Un oggetto mistico, ipnotico, pieno di sottili suggerimenti ermeneutici, leggiadro ma geometrico, quasi cubista. Un capolavoro di evidenziazione nella negazione, 4 triangoli messi lì a gridare il pericolo atomico del suo stesso nome. Un segno primario, raro caso di significato significante, dall’orizzonte semantico immediato e sconfinato ad un tempo.
Parliamo di quello vero. Quello unico. A triangoli, coi lacciuoli. Non presentatemivi dinanzi con orrendi fascioni e mutande da bersagliere. Meglio se monocolore, semplificatemi la vita, al massimo la bandiera inglese o USA a promettere sesso transatlantico.
Parlando di intimo femminile, trovo quest’altra chicca:
una mia cliente una volta mi ha chiesto delle mutande: “ma sergio me raccomando, no sintetiche che son lisergica”
Guai ai sintetici, beati i bikini di cotone ch’è loro il regno dei cieli. Che ci mettano tempo ad asciugare, sant’iddio.
Noi si viene al mare apposta, per eccitarci. Ci basta e soverchia l’unione mistica di acqua e donna.
A proposito, sapete qual è il contrario di “eccitante”? Eeeeeh, non vale, avete letto il titolo…
Veleggio come un’ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l’inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s’addormenta mai.
Ci vediamo più tardi, Alda
A sono io, M è l’amico Misterpinna.
Io sono a letto con il portatile sulle ginocchia, lui è in Stazione Centrale con il BlackBerry che aspetta la coincidenza per Genova.
La chat è breve, ma è un piccolo haiku del “nostro” sense of humour un po’ da liguri disillusi in gita premio, un po’ da anarchici della ragione, un po’ da “siamo volgari come la gramigna”, per dirla alla Guccini. Chi lo capisce, bene. Chi non lo capisce, ci sono sempre le barzellette sui carabinieri.
A: Napoli, docente gay aggredito e a Roma picchiato transgender
M: Meno male che mi piace la figa
A: ci doveva pure essere qualche vantaggio
M: Eh si. Tanta fatica. Ma almeno schiviamo le legnate

La statistica, si sa, è come il bikini, mostra tutto ma nasconde l’essenziale.
Per chi è in cerca di una donna, due validi consigli: valutate bene la portata delle conseguenze del desiderio, potrebbe capitarvi di avere successo; e nel caso foste proprio decisi, seguite le statistiche, non sbagliano quasi mai. C’è una statistica in proposito, ovviamente.
E ricordate il Grande Consiglio, quello che mi diede un ripetente cronico al liceo, e che non ho più dimenticato. Se incontrate una donna molto bella, ditele che è intelligente. Se incontrate una donna molto intelligente, ditele che è bellissima. Se incontrate una donna bellissima e intelligente, per l’amor di Dio, state zitti.
A presto…
I muri sono una cosa strana. Se il mondo fosse perfetto, non servirebbero muri. Il che vuol dire che ogni muro in più ci allontana dalla perfezione del mondo. Ed è anche provato dalla storia, da cui si dovrebbero imparare due grandi lezioni: primo, i muri non hanno mai risolto un cazzo di problema, nonostante per qualche strano motivo siano sempre sembrati la soluzione dei peggiori casini planetari; secondo, praticamente il destino di tutti i muri, prima o poi, è di essere abbattuti.
Ahimè, le lezioni della storia sono la lettera più morta che ci sia al mondo. Tant’è che, ad eccezione del Muro di Sartre, che però non è un muro ma un gran bel libro, tutti gli altri si sono rivelati dei monumenti all’imbecillità umana, e non è un caso che la guerra si ad un tempo il periodo in cui l’idiozia prevale su tutto e anche il periodo più fecondo di muri, mura e muraglie.
E dire che non ci vuole molto a capirlo: l’essere umano basa la sua forza sull’unione, tutte le infrastrutture utili creano collegamenti, affacci, varchi, comunicazioni. Il muro invece non dà nulla, al massimo toglie qualcosa, da sciocchezze come la libertà a cose importanti come la vista lago.
Già. Perché se sei il Comune di Como, e hai davanti uno dei panorami più belli e famosi al mondo, cosa fai? Cosa ti dice la tua illuminata lungimiranza? Di creare terrazze, affacci, lungolago, passeggiate, verande, balconi, passerelle, moli, attracchi? Nossignore. La tua mente malata di Comune malato ti dice: il lago è un tuo nemico, hai visto mai che esonda, o che esce fuori una specie di mostro di Loch Ness e divora i passanti? Meglio premunirsi, si faccia presto un bel muro.
Alto, mi raccomando, che non si veda più un cazzo. D’altronde Como è bellissima anche senza lago, com’è vero che la Arcuri è bella anche senza tette. Che ce ne facciamo di quella distesa inutile di acqua stagnante? George Clooney è venuto ad abitare qui perché fanno un gran caffé espresso e perché c’è quel supermercato all’angolo che ha tutto, ma proprio tutto, e che prezzi, per non parlare del circolo di scacchi che è tra i più preparati del nord italia. Che vuoi che gliene freghi del panorama, ha mica tempo, lui. Pensa che le finestre vista lago le ha fatte murare, per non distrarsi.
Sicchè, mossi dal desiderio di preservare la popolazione da una improvvisa invasione di tinche assassine, girini malvagi, papere killer o dai temutissimi tsunami lacustri che tante vittime mietono nel mondo, i previdenti funzionari del Comune di Como mettono su una bella macchina da soldi, tanti soldi. Quanti? Ufficialmente, 17 milioni di euro. Per un muro. Ben fatto, eh. Credo fosse il primo preventivo della Muraglia Cinese, quello che venne scartato perché esorbitante.
I muri, come tutte le cose stupide, costano. Soprattutto quando sono fatti di soldi. E questo muro è uno di quelli, fatto di un gigantesco finanziamento. Ma anche finanziamenti sono una cosa strana: hanno il potere di spostare i soldi dagli scopi utili alle opere che non servono un cazzo, in modo che quando servirebbe fare qualcosa di utile non ci sono mai i fondi necessari, tutti pronti e a disposizione di chiunque abbia una cagata gigantesca da realizzare. E non puoi mica dire no grazie, invece che per censire il numero di mosche albine del territorio questi milioncini mi servirebbero per asfaltare la strada principale che sembra in certi punti la faccia di Cassano, in altri il culo di Sandra Milo. Devi usarli per lo scopo previsto, che nella peggiore delle ipotesi è una minchiata astrale sin dal suo concepimento e tale resterà nei secoli, nella migliore è un’idea che era buona tipo 200 anni fa, quando la raccolta delle deiezioni degli animali da trasporto era il primo problema delle città italiane.
Ed ecco quindi pronto il muro, prontamente eretto, tra lo sbigottimento dei comaschi e del mondo intero, cosa comprensibile visto che è un po’ come se gli Egiziani recintassero la Valle dei Templi, o se gli i Thailandesi mettessero la cintura di castità a tutte le prostitute del paese.
Ora, dopo mesi di proteste locali, nazionali e internazionali, la svolta: il sindaco dichiara che il muro sarà abbattuto. 17 milioni di soldi nostri buttati nel cesso, senza contare le spesi di demolizione. E non tanto per le proteste del mondo intero, ma perché «Mi ha convinto mia moglie Raffaella». Altro grande teorema dimostrato: le donne sono condannate a rimediare per l’eternità all’idiozia del loro uomini. Ed è per questo che Dio – nella sua infinita lungimiranza – le ha fatte così dannatamente rompicoglioni.
D’estate approfitto della VMO (Vacanza Marittima Obbligatoria) per portarmi avanti su alcuni fronti. Uno è la lettura, il mare mi concilia lo spirito letterario, viaggio a 3 libri a settimana. L’altro è l’osservazione naturalistica del Bigarone, animale affascinante e presente unicamente sulle spiagge estive, dove nidifica nei mesi agostani in una tipica tana familiare a forma di ombrellone. Pur avendolo già studiato in passato, ogni anno questa specie riserva nuove, notevoli sorprese.
Quest’anno ho potuto osservare continuativamente un nucleo famigliare del tipico Bigaronis Apuliensis, variante ibrida che crea veri clan famigliari estesi, in grado di conquistare ampi territori sabbiosi e colonizzarli con markers sociali piuttosto evidenti, come residui di cibo, palizzate, buche profonde alcuni metri e oggetti gonfiabili di ogni foggia.
Il gruppo osservato era composto come segue:
Il capobranco, un maschio adulto di 108 kg con le tipiche mani a badile. Governa il gruppo con poche manate ben assestate.
La femmina, matriarca del gruppo, sui 100 kg scarsi, è riconoscibile per la statura ridotta (circa un metro), e la copertura in oggetti dorati, tipo Madonna di Loreto.
La figlia, sui 14 anni, ne dimostra già 50, grazie alla conformazione tipica dell’addome e dei glutei che ha già raggiunto la dimensione delle femmine adulte. In quanto tale, è pronta all’accoppiamento e non manca di dimostrarlo a chiunque. Tende a svenire immotivatamente in presenza di bagnini di qualsiasi età. Porta occhiali a goccia o a mosca e legge riviste tipo “Burka Oggi”.
La zia zitella, è una femmina improduttiva del branco, dedita unicamente agli aspetti effimeri della vita sociale. Fortunatamente è sterile, e non si accoppia, ma emana un fortissimo odore di deodoranti tipo “Malizia” o “Sunset Dream”. Generalmente giace al sole fino a raggiungere l’aspetto e consistenza delle mummie del museo egizio.
Lo zio celibe è un maschio adulto e pelato di circa 45 anni, che sfoggia sempre livree dai colori impossibili da vedere accostati altrove. Tipico il suo comportamento, a tutt’oggi privo di spiegazione, per cui usa prendere la rincorsa dal corridoio dell’albergo, attraversando la spiaggia ululante, per poi spanciarsi in 6 cm d’acqua, emettendo suoni gutturali e il tipico verso “Mannaglamiserobevut”. Altro atteggiamento tipico è estrarre un pallone e calciarlo con tutte le forze, spedendolo nella stratosfera, dai cui ricade normalmente tipo meteora e uccide una sciùra della prima fila. Al che il soggetto nega che il pallone sia suo e fugge ululando verso il mare dove si spancia nuovamente e viene punito dal bagnino a colpi di remo del pedalò.
Infine, il virgulto della famiglia, il giovane maschio di circa 6/8 anni, che viene ammaestrato dagli adulti con i tipici richiami: “Non andare in acqua a zio che hai mangiato un panino”, alternato a “Mangia un panino a zio che avrai fame”. In questo modo si riesce a mantenerlo costantemente lontano dall’acqua e a indurlo all’attività principale di questa specie: scavare buche profondissime nella sabbia, il cui scopo è controverso. Alcuni studiosi pensano che essi vi depongano le uova, tipo testuggini marine, altri che le usino come ricovero per la notte.
Il Bigaronis Meridionalis (genere a cui appartiene il Puliensis) è assai difficile da osservare, perché passa gran parte del tempo nelle tane, uscendone verso le 11.30 per recarsi alla spiaggia, e ritornando quindi a rintanarsi verso le 12, per il pasto che dura 4 ore (trattandosi di specie ruminante). Al termine, segue un’ora di pennichella durante la quale spesso la coppia dominante si produce in un fugace accoppiamento. Ricompaiono all’aperto alle 17.30, per ritirarsi nuovamente alle 18 in vista della cena, che consuma a buffet dove si notano i suoi tipici speroni che utilizza per scavalcare gli altri simili e conquistarsi il cibo.
Per quanto possa sembrare incredibile, anche nelle brevi pause all’aperto, il Bigaronis Apuliensis consuma altro cibo, sotto forma di patatine e snack di ogni natura. Una sola volta, ho osservato l’intero gruppo spostarsi in acqua (che temono, per cui si avvalgono di numerosi oggetti gonfiabili e del sostegno reciproco): si sono levate le tipiche alte strida e il richiamo “Sasànontocoooooo!!!” da parte delle femmine.
La specie, pur chiassosa, è pacifica, tranne quando incontra alcune sue nemesi: il Bigaronis Settentrionalis Cagacazzis, o il temutissimo Megabigaronis Cummenda, coi quali scattano feroci lotte per il territorio e scontri tra i maschi, che però raramente arrivano al contatto fisico se non in forma di spintoni ritualizzati. Fatto incredibile, spesso i due gruppi rivali raggiungono un equilibrio grazie ai favori sessuali della femmina giovane, che si concede ad uno o più maschi del clan avversario fiaccandone le difese.
Spesso il Bigaronis Meridionalis ha un simbionte, l’Animator Petulantis, con cui entra in contatto quasi subito e a cui arriva a delegare totalmente l’accudimento della prole. Ancora non è noto quali vantaggi tragga l’Animator da questa unione, forse si nutre dei residui di cibo del Bigaronis (assai abbontanti), forse gli succhia il sangue. Alcuni studiosi ipotizzano che l’Animator rubi alcuni figli al Bigaronis e li allevi poi come schiavi nelle sue colonie, attirandoli con i tipici richiami “Catalìcammello” e “Ilcoccodrillcomefà”.
Recentemente il riscaldamento globale e il turismo di massa hanno ristretto notevolmente l’habitat del Bigaronis Meridionalis, che si ritrova costretto a migrare o ridotto in riserve molto limitate. Tuttavia, se udite il tipico verso del gattino Virgola, o le alte strida delle femmine, siete fortunati: proprio lì vicino dev’essercene un’intera colonia.
E così, ho preso il Mac.
Volevo un notebook che funzionasse, o quantomeno i cui problemi fossero riconducibili alla mia incapacità. Non sono proprio un novellino nel mondo dell’informatica, e vi risparmio la solita tiritera sugli albori degli albori, quando i bit correvano liberi nelle praterie.
Dico che ne ho visti molti, Linux è stato il mio pane per molti anni, ed è il miglior sistema per gli addetti ai lavori. Ma se il computer per voi è uno strumento, usatene uno che non vi rimbalzi in culo se cade per terra. Tutto lì.
Sarà che con l’età sono anche diventato più sensibile agli aspetti estetici, sarà che stare tutto il giorno di fronte a una cosa brutta mi ha stancato, sarà che a 50 anni si diventa tutti finocchi (e io mi sto avvicinando alla meta), sarà che il mio notebook aziendale con Vista 64 è partito alla grande ma dopo qualche mese è caduto vittima della Sindrome di Windows, ossia un lento ma letale e irreversibile rallentamento progressivo delle funzioni, a cui ogni sistemista risponde allargando le braccia come di fronte ai grandi fenomeni inevitabili del cosmo.
Sarà che ormai tutte le applicazioni sono disponibili anche per Mac (e 9 su 10 sono anche fatte meglio), e che vedere una fotografia su questo schermo è proprio un’altra cosa, sarà che far parte di una minoranza fa sempre sentire un po’ più giovani… Saranno tutte queste cose, o forse la voglia di imparare e di giocare con qualcosa di nuovo, eccomi qui…
Sto scrivendo questo post finalmente senza scatti, senza dischi che frullano e ventoline che si accendono come se la CPU stesse calcolando il perimetro dell’universo. E mi sento un po’ più filosofo, e un po’ meno calcolatore. Da domani si torna al lavoro, vediamo se questo aggeggio mi allunga di qualche settimana le endorfine delle vacanze…
Buoni clic a tutti.
Momento amarcord. Tanto tempo fa, quand j’étais marmot, per dirla con Brassens, abitavo con i nonni in un vecchio palazzo in Liguria. All’epoca, il vicinato era un fatto molto diverso, i legami, le conoscenze, le interferenze erano molto più serrate. La “scala” era una vera e propria comunità, nel bene e nel male.
Gerarchie, inferenze, tipologie. Grandi differenze negli stili di vita, una biodiversità che oggi non c’è più. Se guardo ai miei vicini di oggi, sembriamo quasi dei cloni: età simile, lavoro simile, macchina simile, tono di voce simile, abitudini simili, orari simili. Se spengo la TV e tendo l’orecchio, 9 volte su 10 il mio vicino sta guardando lo stesso canale di Sky che guardo io. E si vive benissimo, sia chiaro. Ma quella varietà (che spesso diventava un varietà), non c’è più. Il simile chiama il simile, e le varie zone, quartieri, palazzi, si sono auto-ghettizzati. Ci sono condomini per vecchi, per poveri, per ricchi, per impiegati, per single, per famiglie. Ognuno per sé.
Invece la vecchia scala che mi ha visto marmocchio era un ambiente di una biodiversità impressionante, una specie di barriera corallina della sottoborghesia anni ‘70, in cui dietro ogni porta c’era una famiglia con caratteristiche precise, ben riconoscibili, ed un ruolo definito e definitivo, a cui si atteneva istintivamente senza varianti significative.
Quelli del piano di sopra, ad esempio, erano noti per la rumorosità. In particolare, era notevole la tecnica anticoncezionale che adottavano: al culmine del classico crescendo rossiniano dell’amplesso, lei lo scaraventava giù dal letto (o avveniva il contrario, difficile a dirsi), con un tonfo che faceva tremare le pentole nella dispensa e i capodimonte sulla credenza. Non saprei dire se questo metodo – la versione acrobatica del coitus interruptus – fosse o no approvato dalla chiesa cattolica, ma a giudicare dal livello di autolesionismo, sarei propenso per il sì.
Poi c’erano i vicini di pianerottolo. Marito e moglie di una certa età che si odiavano a tal punto da far impallidire i più noti coniugi Roses d’oltreoceano. L’amorevole sposa era solita lasciar irrancidire e guastare i cibi per poi cucinarli con maestria (era una ex cuoca, la Lucrezia Borgia del quartiere) al bravo maritino che trascorreva le sue giornate al Club della Vela a tracannare cicchetti. Difficile dire quale delle due situazioni l’abbia stroncato, alla lunga credo che l’unione abbia fatto la forza, fatto sta che lui lasciò ben presto la vedova inconsolabile sola nell’appartamento.
Al piano di sotto, c’era una famiglia con una bambina della mia età. Essendo l’unica coetanea, giocavamo quasi sempre insieme. So tutto di Barbie, Ken, e i vari accessori e parenti della famiglia Mattel. Anche se di solito lei voleva sempre giocare al dottore. Io proponevo di tutto: lego, trenini, persino le bambole. Niente: giochiamo al dottore, io mi spoglio e tu mi visiti. Imbarazzante, anche perché chissà per quale motivo quando entrava qualcuno e mi trovava a verificare la sua bua, che per gli insondabili casi della diagnostica era sempre sotto le mutandine, se la prendeva con me. Sarà un caso, ma ora la mia ex compagna di giochi ha cinque figli, ed ha sposato un dottore. Non so come la vedete voi, io ho una sola parola: karma.
Poi c’era una signora, vedova, con due figli maschi, più grandi di me. Erano una fonte inesauribile di giornalini tipo Skorpio o Intrepido, e di dritte non richieste sui misteri del sesso. Anche se, credo, avessi visto e toccato molto più io a 8 anni che loro a 16 e passa, grazie soprattutto alla mia intraprendente vicina. Uno poi, il più grande, era un fan dei Kiss: visto col senno di poi, un caso umano di sfiga adolescenziale come pochi. Ma c’era di buono che iniziava a disinteressarsi ai giochi, tipo la pista delle automobiline, che per me erano l’Eldorado e Shangri-La messe insieme, e metterci le mani era – allora – decisamente più interessante rispetto al gioco del dottore, che non è nemmeno un gioco perché non si vince mai.
Oggi i miei nonni abitano ancora lì, ma niente è come allora. Come tutti gli ecosistemi, prima o poi arriva qualche elemento devastante che li cancella. Un meteorite, una eruzione vulcanica, un’era glaciale, o qualche vaccata della scimmia nuda che crede di comandare il mondo. Nel caso del biotipo “vicini di scala”, l’evento è stato l’arrivo dell’ascensore. Con questo strumento, le relazioni sono diventate sempre più rarefatte, le occasioni di incontro si sono ridotte. Nessuno più ad arrancare per le scale con la spesa, facendo sosta su ogni pianerottolo, magari con qualcuno che esce per dare una mano. Nessuno più a fare conversazione sui ballatoi nei giorni di pioggia. Nessuno più a fare su e giù dalle cantine dove gli uomini di casa scendevano la sera per fare qualche “lavoretto”: ancora non si chiamava bricolage, ma semplicemente voglia di stare qualche ora senza rotture di coglioni, ché la televisione è cosa da donne, bambini e perditempo.
Così, via via, s’è raffreddato tutto, le informazioni hanno smesso di circolare, in una reazione a catena, che unita alla televisione serale obbligatoria ha portato ad un cambiamento irreversibile del comportamento: da comunità a colonia di individui indifferenti. Finché, un giorno, una nuova famiglia si è insediata in un appartamento, lasciato vuoto dalla signora quasi centenaria che non usciva mai di casa e non voleva l’ascensore anche se stava all’ultimo piano perché diceva che stava aspettando quello che l’avrebbe portata verso l’alto. E non se n’è accorto nessuno.
Non so se avete presente Eraldo Baldini. E’ uno scrittore che ha praticamente inventato un genere, almeno in Italia, a cui di solito si dà il nome di uno dei suoi più celebri romanzi: gotico rurale. In questo genere, si mette in luce (o si getta un’ombra, se preferite) sugli aspetti più terrificanti delle zone rurali italiane, viste come autentiche nicchie di misteri ancestrali, in cui sopravvivono tradizioni millenarie, spesso grondanti sangue e istinti primordiali.
Se pensate che la tranquilla popolazione di un tranquillo paesino della tranquilla provincia italiana non sia capace di trasformarsi in un branco di lupi affamati, beh, vuol dire che non siete cresciuti dalle mie parti. Nella valle dove ho vissuto con i miei dai 14 anni in poi, fino ai tempi dei miei nonni la giustizia veniva amministrata localmente da una squadra composta dagli uomini più robusti e meno alcolizzati, opportunamente coordinati da un gruppo di anziani. Il sistema tra l’altro non doveva andare così male, visto che dopo tanti anni anche le città stanno scopiazzando questo modello di social security.
Le punizioni variavano a seconda della gravità della trasgressione, e non esistendo galere, la faccenda era molto più spiccia: si andava dall’ostracismo per un certo periodo o per sempre, per coloro che avevano tradito la fiducia altrui, alle sanzioni corporali (dette anche “legnate a due a due finché diventan dispari”) per i casi più gravi. Per i molestatori c’era una variante molto interessante: il colpevole veniva portato sulla montagna più alta del circondario, in piena notte, e lasciato là, nudo come un verme, a ritrovare la via di casa. Sempre che i cinghiali e lupi non trovassero prima lui. La punizione più tremenda, comminata solo in casi gravissimi come l’omicidio o peggio, era l’esclusione perpetua dall’accesso all’osteria.
Ma perché vi racconto tutto questo? Beh, l’altro giorno mi è tornato in mente un episodio di cui sono stato testimone, in cui tutta questa giovialità paesana è venuta fuori alla grande.
Correva l’anno 1993. Il problema della rumenta cominciava ad essere una priorità sociale delle grandi città, compresa la Superba Genova, che con la sua atavica fame di spazi faticava non poco a trovare nuovi siti per stoccare i rifiuti di una città in forte crescita. Gira che ti rigira, a un intraprendente assessore di nome Morchio, probabilmente durante una bella gita domenicale, venne un’idea assolutamente geniale. Trovandosi sul meraviglioso spartiacque del Faiallo, tra il mare di Voltri e l’entroterra di Masone, e vedendo che si trattava di una splendida zona naturalistica ricca di verde e biodiversità, oltre che di incredibile bellezza paesaggistica (non sono molti i posti da cui in un mattino limpido puoi vedere alla tua sinistra il Monte Rosa e alla tua destra la Corsica), gli venne subito in mente di farci un bel deposito di monnezza.
Probabilmente gli scocciava portarsi via gli avanzi del pic-nic e pensò: va che bello se qui ci fosse una discarica. Detto fatto. Tornato agli scranni del potere, iniziò a mobilitare i propri potenti mezzi per lanciare il nuovo progetto. I rifiuti saranno stoccati in solidi barili, secondo una tecnica modernissima, in un’area all’uopo predisposta.
Ora, premetto che io sono uno di quelli che non sopportano le proteste anti-discarica. Da qualche parte i rifiuti vanno pure messi, e alla fine chi abita vicino al sito prescelto non sarà mai contento. Tuttavia, ci sono dei casi in cui la stupidità umana e l’improvvisazione al potere sono talmente evidenti che la protesta risulta giustificata: non è tanto “lontano da casa mia”, quanto “forse questo non è il posto migliore”.
Va detto che il succitato assessore non è mai stato, né allora né in successive sue imprese, latore di grandi successi, o di idee e progetti particolarmente più coerenti di quelli che avrebbe disegnato una scimmia con una penna legata al culo. Tra l’altro, era uno di quei casi non infrequenti in cui la natura denuncia chiaramente il suo deficit in termini di capacità intellettive in un individuo, dotandolo di una faccia che la dice lunga in proposito: un po’ come certi animali velenosi che con i loro colori sgargianti comunicano “non mangiarmi, sono tossico”, lui comunicava chiaramente con la sua espressione standard “non statemi a sentire, sono un imbecille”.
Ma ahimé, ormai sono pochi gli uomini che hanno conservato la capacità di leggere i segni della natura, e se in valle tutti l’avevano capito al volo, giù in città, complice l’emergenza e il fatto di non sapere nemmeno molto chiaramente dove diavolo fosse questa “Valle Stura”, gli diedero corda a sufficienza per arrivare ad uno stadio abbastanza avanzato del progetto.
Due parole sul sito in questione. Primo: se si chiama “spartiacque”, ci sarà un perché. Da queste creste montuose piovosissime originano molte falde acquifere sia del ponente ligure, nonché alcuni dei torrenti più importanti dell’entroterra (come l’Orba o lo Stura), che vanno poi a confluire nello Scrivia e nel Bormida contribuendo in modo determinante all’irrigazione agricola e agli acquedotti di mezzo Monferrato. Secondo: sono appunto luoghi tra i più piovosi non solo d’Italia, ma d’Europa e del Mondo. Ideale per una discarica. Terzo: logisticamente parlando, sono in capo al mondo. La strada stretta a tortuosa per arrivare sul posto, voluta da un ghiribizzo del Cardinale Siri, si abbarbica tra frane, neve, nebbie fittissime, e precipizi di centinaia di metri. Ideale per un viavai di mezzi pesanti. E qui mi fermo, ma di buone ragioni ce ne sarebbero ancora parecchie.
Bon, fin qui è una storia di cattiva gestione di pessime idee. Ma dove arriva il genio dei valligiani, vi chiederete? Eccolo. Il nostro assessore, invece di mandare avanti i bulldozer come sarebbe stato saggio e consigliabile, ha pensato di bene di fare un’altra mossa stupida in questo scenario: se ha pensato, avrà pensato “una più, una meno…”. E così si è detto: perché agire in modo violento e antidemocratico quando possiamo usare le sottili armi della persuasione di massa? Beh, forse perché persuadere richiede quel briciolo di intelligenza in più da parte del persuasore: se no si rischia la gag dell’ipnotizzatore col dito nell’acquario che inizia a boccheggiare.
Ma niente denuncia meglio la stupidità dell’arroganza: ed ecco partire una delegazione di auto blu, varcare il Passo del Turchino, uscire dall’autostrada ed avviarsi verso la piazza del paese, dove i valligiani si sono radunati numerosi. E cosa trova l’incredulo politicante? Volti arrabbiati, facinorosi, urla di protesta, direte voi. E si vede che non siete di qui.
Il nostro assessore trova tutto il paese in ghingheri: coccarde, una folla festosa, i decori del santo patrono, e persino la banda comunale al completo. Tra un vero tripudio di popolo acclamante, si deve essere detto: “sono più stupidi di quanto pensassi, non dovrò nemmeno convincerli”. Altro errore di valutazione. Da noi si dice: quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima. I Romani dicevano: timeo Danaos et dona ferentes. Meglio essere prudenti con chi si mostra più felice di quanto dovrebbe essere.
L’assessore scende dalla macchina. Sale sul palco appositamente allestito. Certo che a vederle da vicino quelle facce non sembrano poi così entusiaste. Anzi. Ma d’altronde è gente semplice, di montagna, indurita dall’ambiente. Certo, non sono un popolo ospitale. Ma sono ingenui, è questo che conta.
La piccola folla fa il rumore di una piccola folla. Brontola, rumoreggia, qualche fischio. L’assessore alza le braccia e saluta: “Sono veramente felice di essere qui”. E subito dopo cala un silenzio di tomba, totale, assoluto, in cui per un millesimo di secondo passa per la sua testa la netta impressione di aver detto una immensa cazzata. Sguardi duri come pietre fissano tutti nella stessa direzione. Dalle prime file esce uno striscione. Roba semplice, fatta sacrificando qualche vecchio paio di lenzuola e un po’ spray. Ma è il concetto che conta. Rosso su bianco campeggia la scritta:
MORCHIO SARAI NEL PRIMO BARILE
Da lì in poi, lascio parlare il giornale locale, che il giorno dopo, con una ironia che non sfugge a chi era presente, dichiara:
…pur ritenendo di dover intervenire nella discussione su un problema così delicato per l’equilibrio ambientale ed ecologico, intende prendere le distanze dal modo incivile in cui è stata condotta la protesta a Masone la sera della visita dell’assessore Morchio. Incivile e controproducente, aggiungiamo, perché gazzarra e violenza non hanno mai prodotto nulla di costruttivo e di durevole.
Ah, per la cronaca, andate pure a farvi una bella gita sul Faiallo. E’ ancora tutto come una volta. Ed è un posto meraviglioso. Un consiglio, se vi fermate in paese, restate il tempo di un caffè, parcheggiate con diligenza, comprate qualche prodotto tipico, ci sono degli ottimi funghi secchi, anche se la manifattura principale – neanche a dirlo – è quella dei coltelli. Salutate, fate manovra con calma e attenzione, e tornate a casa. Prima che faccia sera.



